Ogni bambino cresce dentro una storia che prende forma giorno dopo giorno. Prima è la famiglia a nutrirla. Poi arrivano chi si prende cura di lui, gli incontri, le esperienze, il mondo. È così che nasce il racconto di sé. In questo percorso, il gioco del bambino diventa uno spazio essenziale e si intreccia profondamente anche con il linguaggio e la relazione, come approfondiamo nell’articolo Gioco e sviluppo comunicativo. Attraverso il gioco, il bambino sperimenta ciò che sente dentro di sé e prova a metterlo in relazione con ciò che incontra fuori. Per questo il gioco è un’opportunità di crescita, sia nel tempo individuale sia nella condivisione con gli altri.
La rabbia, la paura, la tristezza e la solitudine trovano nel gioco un luogo sicuro in cui essere esplorate, attraversate e trasformate. E allora scegliere un gioco non è mai un gesto neutro, soprattutto oggi, in una pluralità di proposte che rende tutto più complesso. Giochi reali o virtuali? Tecnologici o artigianali? Di carta, plastica o legno? Un orso di peluche con cui dormire, una bambola di pezza, un pallone portato sotto il braccio: ogni oggetto può diventare un ponte tra il dentro e il fuori, tra il vissuto interiore e la realtà quotidiana.
Quando il bambino gioca, dà corpo e voce a ciò che percepisce. Porta fuori emozioni, immagini, paure e desideri, e li mette in scena. È qui che il gioco diventa simbolico: il bambino fa finta di arrabbiarsi, di ridere, di piangere. Si immagina re o regina, buono o cattivo, strega o fata. In questo senso, il gioco del bambino offre uno spazio autentico e protetto, in cui sentirsi protagonista, creatore e narratore della propria esperienza. Il gioco buono, allora, è quello che sa raccontarsi al bambino che lo vive. È quello che diventa ponte tra immaginazione e realtà, tra mondo interiore e relazione, tra vissuto personale e narrazione del mondo che lo circonda. È quello che apre sempre una possibilità di incontro e trasformazione.
Il gioco vero nutre, accompagna e disseta. E forse comincia sempre così: c’era una volta un bambino. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia.
I protagonisti della famiglia Olimpini sono le antiche divinità greche: Zeus, Era, Ade, Demetra, Poseidone, Afrodite, Apollo, Ares, Artemide, Atena, Dioniso, Efesto ed Ermes. La linea in legno della famiglia Olimpini porta avanti l’eredità di questi affascinanti dèi attraverso una varietà di giochi educativi che comprende I Doni degli Dei, collezione di 13 puzzle dai pioli giganti, Mitomondo, collezione di 4 puzzle a incastro, Mio Tempio, gioco di costruzione magnetico che comprende una collezione di 10 templi greci, e infine i Mitoyoyo, collezione di 16 yo-yo a tema mitologico. Ogni prodotto è impreziosito da un racconto mitologico bilingue, italiano e inglese, ed è confezionato in robuste scatole di cartone con coperchio.
La parola mito deriva dal greco antico e significa racconto fantastico. Si colloca tra la storia e la fantasia, nasce in un luogo fuori dal tempo e conserva la freschezza e l’immaginazione di un’umanità fanciulla. È proprio questo il tratto che lo accomuna all’infanzia: la curiosità, la fervida immaginazione e l’immediata spontaneità. Il mito appare fuori da ogni logica e razionalità, ma possiede la stessa capacità del bambino di tenere insieme assurdo e coerenza, realtà e immaginazione. Per questo il mito incontra il gioco in modo così naturale. Il bambino ha bisogno di giocare e di imparare toccando, guardando e facendo esperienza diretta della sensorialità. Giocando, resta ancorato alla realtà ma allo stesso tempo se ne distacca per creare nuove strutture, competenze e saperi.
Tutti i giochi della famiglia Olimpini nascono proprio da questa intuizione. L’obiettivo è dare corpo reale e concreto ai miti, dare un volto a figure che fino a oggi sono state narrate, illustrate e immaginate, ma mai davvero giocate attraverso qualcosa che si possa toccare. Puzzle, costruzioni, personaggi e templi permettono ai bambini di entrare in relazione con un immaginario che prende forma, consistenza e presenza reale.
Il mito esprime i primordi di una società, con le sue regole, la sua cultura e il suo pensiero sulla vita. È profondamente legato al territorio che lo genera e nasce dall’esigenza di esprimere usi, costumi, lingua e visione del mondo di una civiltà. Sono contenuti che ritroviamo anche nei percorsi formativi di educazione civica, già a partire dai 3 anni di età. Trasmettere questo senso di appartenenza e questo piccolo bagaglio culturale diventa allora fondamentale per le generazioni future. Giocare con la famiglia Olimpini offre al bambino uno stimolo tattile, visivo e manipolativo, ma nello stesso tempo lo invita a muoversi continuamente tra vero e fantastico, tra reale e immaginato, tra concreto e sogno.
La sfida della famiglia Olimpini è proprio questa: far rivivere le antiche vestigia della propria città e portarle allo sguardo attento del bambino, che scopre e apprezza la bellezza del luogo in cui vive. Così ruderi e resti archeologici acquistano voce e significato, e il bambino può immaginare la bellezza che è stata, ma soprattutto imparare a guardare la bellezza che c’è.